Glossario

A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z
 
Danno erariale
l. 20/1994, art. 1
d.lgs. 175/2016, art. 12

Il danno erariale è qualificabile come danno sofferto dallo Stato o da un altro ente pubblico a causa dell’azione o dell’omissione di un soggetto che agisce per conto della pubblica amministrazione e può manifestarsi in “danno emergente”, con il danneggiamento o la perdita di beni o denaro, ovvero in “lucro cessante”, con il mancato conseguimento di incrementi patrimoniali che l’Ente avrebbe potuto realizzare.
Il danno è “diretto”, nel caso di lesione patrimoniale conseguente alla perpetrazione di un illecito rivolto direttamente verso l’Ente, o “indiretto”, laddove la lesione medesima sia prodotta nei confronti di terzi che l’Ente è tenuto a risarcire quale responsabile solidale con l’autore dell’illecito, in dipendenza del rapporto organico strumentale intercorrente fra questi ultimi. Si parla, invece, di danno “obliquo” o “trasversale” quando il danno è cagionato ad enti pubblici diversi da quelli di appartenenza (ipotesi di distacco, comando o altro utilizzo di amministratori e dipendenti presso i predetti enti).
Il danno erariale è uno dei presupposti per la sussistenza della responsabilità amministrativa-contabile, su cui giudica la Corte dei conti. A tal fine il danno deve essere certo, attuale, effettivo e di entità determinata o determinabile. Inoltre, deve essere “ingiusto” in quanto incidente su un diritto soggettivo o su un interesse legittimo da cui sorga l’obbligazione risarcitoria. Il danno è risarcibile solo se cagionato con dolo o colpa grave; in ogni caso è esclusa la gravità della colpa quando il fatto dannoso tragga origine dall’emanazione di un atto vistato e registrato in sede di controllo preventivo di legittimità, limitatamente ai profili presi in considerazione nell’esercizio del controllo.  Nel caso di concorso di colpa è prevista una diminuzione del risarcimento secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono scaturite.
La legge ha riconosciuto anche la risarcibilità del danno all’immagine della pubblica amministrazione, inteso come grave perdita di prestigio a seguito del pregiudizio arrecato all’immagine e alla personalità pubblica dello Stato o di altro ente pubblico dalla commissione di un reato da parte di un amministratore o dipendente. Qualora tale reato sia accertato con sentenza passata in giudicato, l’entità del danno si presume, salva prova contraria, pari al doppio della somma di denaro o del valore patrimoniale di altra utilità illecitamente percepita dal dipendente.
Per quanto concerne le società a partecipazione pubblica, la normativa ha riconosciuto il danno erariale, patrimoniale o non patrimoniale, subito dagli enti partecipanti, ivi compreso il danno conseguente alla condotta dei rappresentanti degli enti pubblici partecipanti o comunque dei titolari del potere di decidere per essi, che, nell’esercizio dei propri diritti di socio, abbiano con dolo o colpa grave pregiudicato il valore della partecipazione. In questo caso la giurisdizione sulle relative controversie è devoluta alla Corte dei conti nei limiti della quota di partecipazione pubblica.
Dati personali giudiziari e sensibili
d.lgs. 196/2003, artt. 4, co. 1, 21-23
d.lgs. 33/2013, art. 7 bis, co. 4 e 6
delibera Anac 243/2014
 
 Si qualifica come dato personale qualsiasi informazione che riguardi persone fisiche identificate o che possono essere identificate anche attraverso altre informazioni quali, ad esempio, un numero o un codice identificativo (ad esempio: il nome e cognome o denominazione; l’indirizzo, il codice fiscale; ma anche un'immagine, la registrazione della voce di una persona, la sua impronta digitale, i dati sanitari, i dati bancari, ecc.).
Il dato personale si definisce sensibile quando, per la sua natura, richiede particolari cautele per il suo trattamento: sono dati sensibili quelli idonei a rivelare l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale.
Il dato giudiziario, invece, è quel dato personale che rivela l’esistenza di determinati provvedimenti giudiziari soggetti ad iscrizione nel casellario giudiziale (quali, ad es., i provvedimenti penali di condanna definitivi, la liberazione condizionale, il divieto od obbligo di soggiorno, le misure alternative alla detenzione). Rientrano in questa categoria anche la qualità di imputato o di indagato.
Il trattamento dei dati sensibili e giudiziari da parte di soggetti pubblici è consentito solo se autorizzato da espressa disposizione di legge (o provvedimento del Garante nel caso dei dati giudiziari) nella quale sono specificati i tipi di dati che possono essere trattati e di operazioni eseguibili e le finalità di rilevante interesse pubblico perseguite. Il trattamento dei dati giudiziari è, altresì, consentito quando è effettuato in attuazione di protocolli d’intesa per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni di criminalità organizzata stipulati con il Ministero dell’interno o con i suoi uffici periferici, previo parere del Garante per la protezione dei dati personali, che specificano la tipologia dei dati trattati e delle operazioni eseguibili. Il trattamento è ammesso solo per quei dati indispensabili per svolgere attività istituzionali che non possono essere adempiute, caso per caso, mediante il trattamento di dati anonimi o di dati personali di natura diversa. I dati sensibili e giudiziari contenuti in elenchi, registri o banche dati, tenuti con l’ausilio di strumenti elettronici, sono trattati con tecniche di cifratura o mediante l’utilizzazione di codici identificativi o di altre soluzioni che li rendono temporaneamente inintelligibili anche a chi è autorizzato ad accedervi e permettono di identificare gli interessati solo in caso di necessità.
La normativa in materia di trasparenza prevede che nei casi in cui norme di legge o di regolamento dispongano la pubblicazione di atti o documenti, le pubbliche amministrazioni provvedono a rendere non intelligibili i dati personali non pertinenti o, se sensibili o giudiziari, non indispensabili rispetto alle specifiche finalità di trasparenza della pubblicazione. È, invece, sempre vietata la diffusione di dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale.
Decadenza dei consiglieri
Stat., art. 28, co. 3
reg. lav., art. 10, co. 6-8.
d.lgs. 135/2012, artt. 7 e 8, co. 6

La cessazione dalla carica di un consigliere regionale, non dovuta a ragioni che attengono alla vita dell’Assemblea, può avvenire, oltre che per dimissioni, per avvenuta decadenza. Nella teoria del diritto pubblico si ha decadenza in tutte quelle ipotesi in cui venga meno uno dei requisiti necessari sia per la costituzione che per la continuazione del rapporto.
La decadenza del consigliere è dichiarata dal Consiglio quando si sia verificata la perdita di uno dei requisiti di eleggibilità o quando, in caso di incompatibilità, l’interessato non abbia esercitato l’opzione.
Il testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità prevede, inoltre, che non possono essere candidati alle elezioni regionali, e non possono comunque ricoprire, tra le altre, la carica di consigliere regionale coloro che hanno riportato condanna definitiva per una serie di delitti, ovvero nei cui confronti il tribunale ha applicato, con provvedimento definitivo, una determinata misura di prevenzione. In tali casi, il consigliere decade di diritto dalla carica dalla data del passaggio in giudicato della sentenza di condanna o dalla data in cui diviene definitivo il provvedimento che applica la misura di prevenzione.
Decreto
Stat., artt. 19, co. 4; 46, co. 2
reg. lav., artt. 7 e 8, co. 6
reg. org. giunta, artt. 62, co. 3 e 63
reg. org. cons., art. 30, co. 2

Costituisce una delle tipologie di provvedimento amministrativo che può essere adottata da un organo monocratico.
Nell’ordinamento regionale il potere di adottare decreti è attribuito al Presidente della Regione (vedi Schema di decreto del Presidente della Regione) ed al Presidente del Consiglio. Esempi tipici di decreti adottati da quest’ultimo sono i decreti di nomina dei componenti delle commissioni consiliari e i decreti di conferimento di incarichi amministrativi di vertice. Particolare importanza riveste il decreto con cui il Presidente del Consiglio regionale dichiara lo scioglimento del Consiglio.
Delegificazione
Stat., art. 47, co. 2, lett. c) e co. 3
l. 400/1988, art. 17, co. 2
l. 59/1997, art. 20
l. 234/2012, art. 35

Il procedimento di delegificazione rappresenta una deroga al principio di carattere generale della gerarchia delle fonti del diritto, secondo il quale un atto normativo non può essere modificato o abrogato da un atto gerarchicamente inferiore.
Superate le diffuse perplessità che erano sorte al momento della sua introduzione a livello statale, la delegificazione rappresenta oggi un istituto contemplato anche da diversi Statuti regionali.
Essa consiste nell’autorizzazione contenuta in una legge a disciplinare mediante regolamento aspetti di materie fino a quel momento regolati da legge o da atto avente forza di legge, determinando le norme generali regolatrici della materia e disponendo l’abrogazione delle norme di legge vigenti con effetto dall’entrata in vigore delle norme regolamentari.
In ogni caso tale procedimento incontra dei limiti: lo Statuto della Regione esclude che possa riguardare materie coperte da riserva assoluta di legge prevista dalla Costituzione, o riservate alla disciplina della legge regionale dallo stesso Statuto.
Eventuali modifiche ai regolamenti di delegificazione possono essere apportate dalla Giunta solo se siano conformi alle norme generali regolatrici della materia contenute nella legge regionale che ha autorizzato la delegificazione.
Deliberazione
reg. org. giunta, art. 65
reg. org. cons., art. 30, co. 3

La deliberazione è lo strumento attraverso il quale un organo collegiale assume delle decisioni di propria competenza.
Demanio
cod. civ. artt. 822 ss.
Stat., art. 17, co. 4
l. 42/2009, art. 19
d.lgs. 85/2010

I beni demaniali sono quei beni che, per natura o per espressa disposizione di legge, servono in modo diretto a soddisfare bisogni collettivi, e sono pertanto sottoposti a speciali vincoli. I beni demaniali sono sempre beni immobili o universalità di immobili e devono appartenere ad enti pubblici territoriali.
Secondo quanto previsto dal Codice civile, il demanio è costituito dai seguenti beni: il lido del mare, la spiaggia, le rade e i porti; i fiumi, i torrenti, i laghi e le altre acque definite pubbliche dalle leggi in materia; le opere destinate alla difesa nazionale.
Fanno allo stesso modo parte del demanio pubblico, ma solamente se appartengono allo Stato, le strade, le autostrade e le strade ferrate; gli aerodromi; gli acquedotti; gli immobili riconosciuti d'interesse storico, archeologico e artistico a norma delle leggi in materia; le raccolte dei musei, delle pinacoteche, degli archivi, delle biblioteche; e, infine, gli altri beni che sono dalla legge assoggettati al regime proprio del demanio pubblico.
Tali beni sono soggetti al regime del demanio anche se appartengono alle Regioni, alle province o ai comuni.
I beni che fanno parte del demanio pubblico sono inalienabili e non possono formare oggetto di diritti a favore di terzi, se non nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi che li riguardano.
Gli altri beni di proprietà dello Stato e degli altri enti territoriali non rientranti nel demanio costituiscono il patrimonio.
La normativa statale, in attuazione dell’art. 119 Cost., ha individuato i principi e i criteri direttivi per l’attribuzione a comuni, province, città metropolitane e regioni di un proprio demanio e patrimonio.
Designazione
Stat., artt. 41, co. 8 e 55, co. 3
l.r. 6/2002, artt. 4, co. 2, lett. e) e  29
reg. org. cons., artt. 14, co. 2; 79; 86, co. 2
 
La designazione è l’indicazione di uno o più nominativi fornita all’autorità competente a provvedere ad una nomina.
Determinazione (dirigenziale)
reg. org. giunta, art. 66, co. 1
reg. org. cons., art. 32

È l’atto con cui il dirigente esercita la gestione finanziaria, tecnica o amministrativa dell’ente cui appartiene, in base alle competenze attribuite.
Dichiarazione di urgenza
Stat., art. 39

La legge regionale è promulgata dal Presidente della Regione entro trenta giorni dall’approvazione da parte del Consiglio ed entra in vigore quindici giorni dopo la pubblicazione nel bollettino ufficiale.
Qualora il Consiglio, a maggioranza dei propri componenti, ne dichiari l’urgenza, la legge viene promulgata nel termine stabilito dal Consiglio medesimo.
Dichiarazione di voto
reg. lav., artt. 38 e 66, co. 8

Ogni volta che in Aula o in commissione si stia per procedere ad una votazione, è consentito a ciascun consigliere, in via generale, di motivare il proprio voto attraverso un intervento che non superi i dieci minuti. Se però la votazione ha per oggetto un articolo, anche aggiuntivo, un emendamento o un subemendamento ad una proposta di legge – o di provvedimento di competenza del Consiglio – è consentito un solo intervento per gruppo e per non più di tre minuti.
Il Presidente del Consiglio può derogare a tale ultima previsione, concedendo un tempo maggiore per l’intervento, qualora esso sia preannunciato da un consigliere che intenda esprimere un voto diverso rispetto a quello del gruppo consiliare cui appartiene.
Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo
Dich. Int. 10/12/1948
Stat., art. 6, co. 1

Documento approvato e proclamato il 10 dicembre 1948 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Pur non essendo formalmente vincolante per gli Stati membri, in quanto dichiarazione di principi, questo documento riveste un'importanza storica fondamentale in quanto rappresenta la prima testimonianza della volontà della comunità internazionale di riconoscere universalmente i diritti che spettano a ciascun essere umano. È composto da un preambolo e da 30 articoli che stabiliscono, in particolare, gli inalienabili diritti individuali, civili, politici, economici, sociali, e culturali di ogni persona, quali il diritto alla vita, alla libertà, ad un trattamento di uguaglianza dinanzi alla legge.
Lo Statuto prevede che la Regione faccia propri i principi della Dichiarazione universali dei diritti umani.
Difensore civico
Stat., art. 69
l. 127/1997, art. 16
l.r. 17/1980

L’istituto del difensore civico trae origine dagli ordinamenti scandinavi e sta ad indicare quella figura cui sono attribuiti compiti di collegamento tra i cittadini e i pubblici poteri nonché di stimolo nei confronti della pubblica amministrazione, nei casi in cui questa ometta o ritardi lo svolgimento della propria attività.
Lo Statuto lo qualifica quale organo indipendente della Regione, a garanzia dei diritti e degli interessi dei cittadini. Per la sua elezione è richiesta un’ampia maggioranza, pari a tre quarti dei consiglieri.
Dura in carica cinque anni e comunque fino alla nomina del successore e non può essere riconfermato.
La legge statale ha stabilito che, in attesa dell’istituzione del difensore civico nazionale, sono affidate ai difensori civici regionali le funzioni di tutela dei cittadini residenti nei rispettivi territori regionali nei confronti delle amministrazioni dello Stato, ad esclusione di quelle preposte alla difesa, alla sicurezza pubblica ed alla giustizia. Per tale attività, i difensori civici regionali sono tenuti ad inviare annualmente una relazione ai Presidenti delle Camere.
Il difensore civico regionale ha sede presso il Consiglio regionale. Interviene, a richiesta dei diretti interessati o di associazioni o formazioni sociali in relazione a diritti o interessi collettivi, diffusi o generali ovvero d’ufficio in tutti i casi comunque venuti a sua conoscenza di generale interesse, per avere notizie sullo stato dei singoli atti e procedimenti qualora abbia rilevato irregolarità, negligenze, disfunzioni o ritardi nello svolgimento dell’attività amministrativa ad opera delle strutture regionali.
Annualmente trasmette al Presidente della Regione e al Presidente del Consiglio regionale una dettagliata relazione sull’attività svolta.
Differenziazione (principio di)
Cost., art. 118, co. I
Stat., art. 16
l. 59/1997, art. 4, co. 3, lett. h)

Il principio di differenziazione è citato all'art. 118 della Costituzione, unitamente al principio di sussidiarietà ed a quello di adeguatezza.
Tale principio impone al legislatore, all’atto di conferimento di una funzione amministrativa, di considerare le differenti caratteristiche degli enti amministrativi riceventi in termini demografici, territoriali, associativi, strutturali.
Dimissioni dei consiglieri
Cost., art. 126, co. III
Stat., art. 19, co. 4
reg. lav., artt. 11, co. 2, e 84, co. 2

 Si tratta di un atto libero, personale ed esplicito con il quale un consigliere regionale dichiara di voler abbandonare la carica di consigliere. Le dimissioni sono irrevocabili, non necessitano di presa d’atto e sono immediatamente efficaci. A seguito delle dimissioni di un consigliere, il Presidente del Consiglio, acquisite le determinazioni dell’Ufficio di presidenza quale Giunta delle elezioni, dichiara eletto con proprio decreto il consigliere regionale che subentra e ne dà comunicazione all’Aula che ne prende atto.
 Le dimissioni contestuali della maggioranza dei componenti del Consiglio comportano le dimissioni della Giunta e lo scioglimento del Consiglio, che viene dichiarato con decreto del Presidente del Consiglio regionale.
Dirigenti
Stat., art. 53, co. 1 e 2
d.lgs. 165/2001
l.r. 6/2002, artt. 4, co. 3 e 4; 7; 7bis; 11; 15-24; 32 co. 4; 33-35; 36 co. 4; 38; 39, co. 1, lett. b), c), d), e) ed f)
reg. org. giunta, artt. 17-28; 34; 66-68; 160-200
reg. org. cons., artt. 31; 32; 33; 75-130

Nel rispetto del principio di separazione dei poteri tra organi amministrativi e organi di indirizzo politico, ai dirigenti è attribuito il potere di organizzare il lavoro, gli uffici e le risorse umane e finanziarie nonché l’attuazione degli obiettivi individuati dagli organi d’indirizzo politico-amministrativo. In particolare, la normativa vigente prevede poteri di direzione, coordinamento e controllo in capo al dirigente in relazione all’attività degli uffici che da lui dipendono e di quella dei responsabili dei procedimenti amministrativi, anche con poteri sostitutivi in caso di inerzia.
L’accesso alla qualifica di dirigente avviene, nel rispetto dell’articolo 97 della Costituzione, attraverso pubblico concorso indetto dalle singole amministrazioni ovvero per le amministrazioni statali anche tramite corso-concorso selettivo di formazione bandito dalla Scuola nazionale dell’amministrazione.
Gli incarichi sono conferiti a tempo determinato, hanno una durata non inferiore a tre anni e non superiore a cinque anni e sono rinnovabili.
È consentito, inoltre, entro un limite fissato, il conferimento di incarichi dirigenziali con contratto a tempo determinato a persone di comprovata qualificazione professionale non rinvenibile nei ruoli dell’amministrazione.
Sotto il profilo della responsabilità, assume particolare rilievo la cosiddetta responsabilità dirigenziale, di carattere peculiare rispetto alle altre forme di responsabilità che gravano sui dipendenti pubblici.  Questa sorge allorché non siano stati raggiunti gli obiettivi o in caso di inosservanza delle direttive ad essi impartite; in casi particolarmente gravi è prevista la possibilità di revocare l’incarico dirigenziale ovvero di recedere dal rapporto di lavoro nel rispetto delle procedure previste dalle norme contrattuali. Si tratta, quindi, di una responsabilità che non scaturisce da una condotta colposa o dolosa del dipendente, ma esclusivamente dal mancato raggiungimento degli obiettivi ad esso assegnati.
Disavanzo
Cost., art. 119, co, VI
d.lgs. 118/2011
l.r. 25/2001, art. 17, co. 5

Per disavanzo finanziario s’intende il saldo negativo presunto al termine dell’esercizio precedente a quello cui il bilancio di previsione si riferisce, determinato da una consistenza delle uscite superiore a quella delle entrate.
 Il totale delle spese di cui viene autorizzato l’impegno con la legge di bilancio può essere superiore al totale delle entrate che si prevede di accertare nello stesso esercizio, a condizione che il disavanzo sia coperto da mutui ed altre forme d’indebitamento, autorizzati nei limiti stabiliti dalla stessa legge di bilancio, e serva esclusivamente a finanziare spese d’investimento.
Disegno di legge (vedi proposta di legge)

Documento di economia e finanza regionale (DEFR)
Stat., artt. 23, co. 2, lett. e) e  58, co. 4
l. 196/2009, art. 8
d.lgs. 118/2011, art. 36, co. 3 e all. 4/1: 4.1, lett. a) e b); 5; 6
l.r. 25/2001, artt. 9 e 10

Il Documento di economia e finanza regionale (DEFR) definisce gli obiettivi della manovra di bilancio regionale, ha carattere generale e contenuto programmatico.
Il DEFR è presentato dalla Giunta regionale, entro il 30 giugno di ciascun anno, al Consiglio regionale per l’approvazione.
Il DEFR contiene le linee programmatiche dell’azione di governo regionale per il periodo compreso nel bilancio di previsione, necessarie per il conseguimento degli obiettivi di sviluppo della Regione. È articolato in due sezioni. La prima comprende il quadro sintetico del contesto economico e finanziario di riferimento e la descrizione degli obiettivi strategici. La seconda sezione comprende l’analisi sulla situazione finanziaria della Regione, in particolare: il quadro di finanza pubblica della Regione e degli enti regionali sulla base delle risultanze dell’esercizio precedente; la manovra correttiva; la manovra necessaria per il conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica con l’indicazione delle misure da adottare a tal fine; gli obiettivi programmatici pluriennali di riduzione del debito.
 Per garantire la necessaria coerenza con gli aggiornamenti della finanza pubblica nazionale la Giunta regionale presenta al Consiglio, per l’approvazione, la nota di aggiornamento del DEFR annuale entro 30 giorni dalla presentazione della nota di aggiornamento del DEF nazionale, e comunque non oltre la data di presentazione del disegno di legge di bilancio.
Documento informatico
l. 59/1997, art. 15, co. 2
d.p.r. 445/2000
d.lgs 82/2005
d.p.c.m. 13/11/2014

Il documento informatico è stato definito dal legislatore statale, come la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti.
È possibile distinguere, essenzialmente, tra due tipi di documento informatico: documento informatico con firma elettronica e documento informatico con firma digitale (o elettronica avanzata). Il primo soddisfa il requisito della forma scritta e sul piano probatorio è liberamente valutabile dal giudice tenuto conto delle sue caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità e immodificabilità. 
Il secondo ha valenza di scrittura privata sottoscritta con firma autografa. La firma digitale, infatti, deve rispondere a determinati requisiti: è basata su un sistema a chiavi crittografiche asimmetriche, di cui una pubblica ed una privata, correlate tra loro in modo da consentire ai rispettivi titolari, di verificare la provenienza e l’integrità del documento informatico sottoscritto digitalmente; è associata a un certificato digitale rilasciato da un soggetto con specifiche capacità professionali garantite dallo Stato; è  creata mediante un dispositivo con elevate caratteristiche di sicurezza.
Documento Strategico di Programmazione
reg. reg. 26/2017, art. 4

Definisce le linee di indirizzo della programmazione regionale per l’intera durata della legislatura. Fornisce, in particolare: l’analisi dei principali fattori strutturali dello sviluppo regionale; l’indicazione delle macro aree di intervento, degli obiettivi e delle azioni, previsti dalle linee di indirizzo programmatiche; l’indicazione dei piani e dei programmi funzionali alla realizzazione della programmazione regionale; l’indicazione dei fabbisogni finanziari necessari al raggiungimento degli obiettivi programmati ed il quadro finanziario per la relativa copertura.
È approvato dalla Giunta regionale, con propria deliberazione, entro novanta giorni dalla proclamazione del Presidente della Regione ed è trasmesso al Consiglio regionale.
Può essere modificato dalla Giunta regionale, nel corso della legislatura, qualora sopraggiungano significativi scostamenti dei dati macroeconomici di riferimento o si verifichino eventi non prevedibili all’atto della sua adozione, tali da mutare gli obiettivi fondamentali della legislatura e le priorità di intervento.
Drafting (vedi Qualità normativa)
Durata degli interventi
reg. lav., artt. 20, co. 6; 21, co. 3 e 4; 25, co. 9; 28, co. 1, 2 e 5; 29, co. 3; 30, co. 1; 31; 33, co. 2; 38, co. 1; 65, co. 1; 66, co. 3, 4, 6 e 8; 69, co. 1; 95, co. 1 e 2; 98, co. 1; 99, co. 4 e 5; 104, co. 4; 105, co. 4; 113, co. 5.

La previsione della disciplina della durata degli interventi risponde alla necessità di conciliare il principio di discussione, che postula la libertà per tutti i consiglieri di intervenire nelle varie fasi dell’iter di approvazione dei provvedimenti, con l’esigenza di garantire l’ordinato svolgimento dei lavori e di programmazione dell’attività del Consiglio.
La disciplina della durata degli interventi è strettamente connessa alla questione più generale dell’organizzazione del tempo di discussione (c.d. contingentamento dei tempi).
Il Regolamento dei lavori del Consiglio contiene varie disposizioni che prescrivono la durata degli interventi dei consiglieri; in particolare sono fissati dei tempi diversi a seconda del tipo di intervento, del tipo di argomento sul quale si interviene e del momento dell’intervento nell’iter procedimentale.
Il regolamento prescrive specifici termini di durata per i seguenti tipi di intervento:
- comunicazione all’Aula del programma dei lavori e del calendario dei lavori;
- questioni pregiudiziali e sospensive;
- richiami al regolamento;
- fatto personale, qualora il consigliere che si ritenga offeso è autorizzato dal Presidente del Consiglio ad esporre le proprie ragioni a fine seduta;
- proposta di inversione dell’ordine del giorno;
- richiesta di chiusura di discussione in Aula o in Commissione;
- prima di procedere ad una votazione in Aula o in Commissione.
In particolare, per i provvedimenti legislativi sono previsti interventi nella fase di discussione sulle linee generali, la cui durata non può superare, di regola, i venti minuti, e nella fase di discussione sui singoli articoli, la cui durata, di regola, non può superare i dieci minuti; in quest’ultimo caso il Presidente può aumentare il termine fino al doppio, per uno o più articoli, se la loro importanza lo richieda.
Per quanto attiene agli interventi su provvedimenti diversi da quelli legislativi, la regola generale è che la relativa durata in Aula non può essere superiore a cinque minuti, salva diversa previsione regolamentare.
Sono previsti specifici termini di durata, infine, per ciò che riguarda gli atti di indirizzo e di controllo.

Condividi su